LODI e MILANO

SINDACATO UNICOBAS SCUOLA LOMBARDIA
Segretario regionale: prof. Paolo Latella

"Voltaire e Pertini affermavano: ... Non sono d'accordo con le tue idee ma darei la vita perché tu le possa esprimere..."

Questo é lo spirito del blog. Tutti, compreso i partiti e i sindacati anche se non corrispondono alla nostra idea politico sindacale, possono pubblicare idee e notizie che tutelano, garantiscono, migliorano la scuola pubblica in tutti gli ambiti, indirizzi scolastici, studenti, personale docente, Ata sia a tempo indeterminato che precari. Se volete pubblicare il vostro scritto inviatelo a: unicobas.lombardia@gmail.com

giovedì 19 gennaio 2017

COBAS/UNICOBAS: 17 MARZO sciopero GENERALE Scuola


COBAS/UNICOBAS: 17 MARZO sciopero GENERALE Scuola

Comunicato-stampa 19.1.2017

Il governo-fotocopia e la ministra Fedeli varano 8 decreti attuativi della disastrosa legge 107 per chiudere definitivamente docenti, Ata e studenti nella gabbia della scuola-azienda.

Fermiamoli! Il 17 marzo sciopero generale della scuola per difendere l’istruzione pubblica.

Facciamo appello agli altri sindacati che si oppongono alla 107 e alle deleghe affinché convochino anche essi lo sciopero per il 17 marzo

Incurante della amplissima opposizione alla cattiva scuola della legge 107/2015, che tanto ha pesato sulla sconfitta netta di Renzi nel referendum costituzionale, il governo-fotocopia di Gentiloni ha varato otto decreti applicativi di tale legge, ignorando ogni forma di dialogo con i protagonisti dell’istruzione pubblica e ogni revisione significativa della 107, al di là di caramellose promesse della ministra Fedeli di neo-concertazione con i Cinque sindacati “rappresentativi”. Seppure tra fumi di ambiguità le otto deleghe aggravano il già disastroso panorama della107. Per il futuro reclutamento dei docenti non si riconoscono le abilitazioni già conseguite né il servizio prestato. Per i diversamente abili, si superano i limiti di studenti previsti dalla L. 517/78 (20 per classe) e si mira a ridurre il numero degli insegnanti di sostegno, introducendo corsi di "aggiornamento" improvvisati per tutti gli insegnanti, per delegare progressivamente tale attività all’intero personale docente. La delega sull’Istruzione professionale punta a parificarla alla Formazione professionale extra-scuola, prevedendo indirizzi di studio minimalisti e meramente esecutivi. Per gli alunni, si ribadisce la centralità dell’ “alternanza scuola-lavoro”, in una forma scoperta di apprendistato gratuito, con flessibilità fino al 40% del monte orario, con presenze pomeridiane vincolanti per docenti ed Ata, “contratti d’opera” offerti dalle imprese tramite loro “esperti”, la valutazione dello studente come “bilancio di competenze” in base ad una presunta “cultura del lavoro”. E l’ “alternanza” viene introdotta con una tesina all’esame di Maturità, per sostenere il quale è obbligatorio aver svolto gli assurdi quiz Invalsi, pur non inseriti nell’esame e tolti da quello di Terza Media, grazie alla nostra mobilitazione di questi anni. In quanto poi al ‘sistema integrato 0-6 anni’, unificando, sotto l’egida degli Enti Locali, asili-nido, scuole materne comunali e dell’Infanzia statali, abbassa notevolmente il livello della scuola dell’Infanzia pubblica (una delle migliori del mondo), con gravi rischi per i ruoli delle insegnanti, creando caos gestionali in scuole primarie già sovraccariche di pesi e di ruoli, visto che i “poli per l'infanzia” accoglierebbero in un unico plesso o in edifici vicini bambini/e fino a sei anni di età nel quadro di uno stesso percorso educativo. Non ci sarà la “generalizzazione della scuola dell’Infanzia”, né la sua “statalizzazione”, né la "gratuità" per le famiglie. Insomma, queste deleghe aggravano le disastrose brutture della legge 107, dal famigerato “bonus” per i docenti “meritevoli” (i cui nomi i presidi tengono nascosti) allo strapotere dei presidi, dalla truffa di un “organico di potenziamento” utile solo a ingigantire la conflittualità tra docenti, ai ricatti pesanti sulla mobilità e sull’organico triennale, fino all’obbligo di “un’alternanza scuola-lavoro” che mescola l’apprendistato gratuito ed inutile e la cialtroneria di accordi con aziende “amiche”. Il tutto provocando un’ulteriore, drammatica dequalificazione del lavoro degli insegnanti, sempre meno educatori e sempre più “operai intellettuali” flessibili e tuttofare, a drammatico compimento di un ventennio di immiserimento materiale e culturale di una scuola che si vorrebbe “azienda” innovativa e che per lo più appare “bottegaccia” cialtrona, arruffona, gestita da presidi-padroni arroganti e incompetenti. Come docenti ed Ata, con il contributo di studenti e cittadini che hanno a cuore la scuola pubblica, abbiamo non più di tre mesi di tempo per respingere queste deleghe e nel contempo far cancellare almeno i punti più disastrosi della 107. Per questo ci assumiamo la responsabilità di convocare per il 17 marzo lo sciopero generale della scuola, facendo appello a tutti i sindacati che si oppongono alla legge 107 e alle deleghe affinché convochino anche essi lo sciopero nella stessa data, per avere un ampio fronte unitario che faccia saltare anche i nuovi “giochi di ruolo” concertativi tra i sindacati “rappresentativi” e la ministra Fedeli, il cui massimo titolo, che ne ha determinato la scalata al MIUR, appare proprio il suo passato ruolo di segretaria generale della federazione dei Tessili CGIL. Stabiliremo nei prossimi giorni come manifesteremo nella giornata del 17 Marzo. Con lo sciopero del 17 marzo, oltre al ritiro delle deleghe, vogliamo che: 1) la mobilità sia gestita con titolarità su scuola, eliminando gli incarichi triennali (anche non rinnovabili) decisi dal preside, e garantendo la continuità a tutti i docenti; 2) i fondi del sedicente “merito”, della Carta del docente e del Fondo di istituto siano destinati alla contrattazione nazionale per un aumento che, insieme a rilevanti fondi da stanziare per il contratto, garantisca a docenti e Ata il recupero almeno di quel 20% di salario perso nel più lungo blocco contrattuale della storia della Repubblica; 3) venga cancellato il “welfare contrattuale”, che destina parte degli aumenti a diritti sociali che devono essere garantiti dallo Stato; 4) siano assunti i precari – docenti ed ATA - con almeno 36 mesi di servizio su tutti i posti disponibili in organico di diritto e di fatto; 5) venga bloccata la manovra sulle “reti di scuole”, ampliato l’organico ATA, re-internalizzati i servizi di pulizia, eliminato il divieto di nominare supplenti per gli amministrativi e tecnici anche per periodi prolungati, e nominati i supplenti per i collaboratori scolastici anche per i primi 7 giorni, resa giustizia agli ATA ex-Enti locali; 6) sia ridata alle scuole superiori la libertà di istituire o meno l’ “alternanza scuola-lavoro” e di determinarne il numero di ore, cancellandone l’obbligo; 7) vengano eliminati i quiz Invalsi come strumento per valutare scuole, docenti e studenti; 8) sia restituito ai lavoratori/trici il diritto di partecipare ad assemblee indette da qualsiasi sindacato e applicato un sistema proporzionale di voto senza sbarramenti per l’accesso ai diritti sindacali, con un voto a livello di scuola e uno nazionale per determinare la rappresentatività dei sindacati ai due livelli.

Piero Bernocchi portavoce nazionale Cobas
Stefano d’Errico segretario nazionale Unicobas

martedì 17 gennaio 2017

Ecco una breve scheda Unicobas Scuola Lombardia sui nuovi esami di Stato a partire dal 2018 e il lato "oscuro" dei 40 punti.

La bozza del decreto ministeriale sugli esami di stato in una prima lettura concede al consiglio di classe il potere di decidere sui 40 punti da assegnare in un mix di valutazioni che comprendono l'Invalsi (prove di Italiano, inglese e matematica),l'alternanza scuola lavoro e il profitto scolastico. Il punteggio verrà suddiviso max 12 punti (terzo anno), max 13 (quarto anno) e max 15 punti (quinto anno). Come da tabella A (che ripropone la fascia dei punteggi ma non i criteri con i quali dare il peso specifico all'Invalsi, all'Alternanza Scuola Lavoro e al profitto), questo credo sia il lato oscuro dei 40 punti che rappresenta il 40% del voto finale, è probabile che la definizione dei criteri verrà stabilita con una Ordinanza Ministeriale specifica.
Il problema rimane per chi nel 2018 ha già acquisito i crediti scolastici con la vecchia tabella che allo stato attuale verrebbero penalizzati perchè non potrebbero raggiungere in nessun modo i 40 punti.




Le prove scritte saranno solo due. max 20 punti per prova e max 20 punti all'orale.
Il colloquio avrà la finalità di accertare il conseguimento del profilo culturale, educativo e professionale dello studente. La Commissione proporrà al candidato di analizzare testi, documenti, esperienze, progetti, problemi per verificare l'acquisizione dei contenuti e dei metodi propri delle singole discipline, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite e di collegarle per argomentare in maniera critica e personale anche utilizzando la lingua straniera. Nell'ambito del colloquio il candidato esporrà, mediante una breve relazione e/o un elaborato multimediale, l'esperienza di alternanza scuola·lavoro svolta nel percorso di studi. Totale max punti 100 - min 60.


L'esito delle prove Invalsi sostenute nell'ultimo anno verrà riportato, distintamente per ciascuna disciplina oggetto di rilevazione, in una specifica sezione all'interno del curriculum dello studente che sarà allegato al diploma finale rilasciato in esito al superamento dell'esame di Stato, anche in relazione alle esigenze connesse con la circolazione dei titoli di studio nell'ambito dell'Unione europea, attesta l'indirizzo e la durata del corso di studi, nonché il punteggio ottenuto.

Gli studenti con disabilità sono ammessi a sostenere l'esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione tenendo a riferimento il piano educativo individualizzato. 

I docenti preposti al sostegno didattico degli studenti con disabilità parteciperanno a pieno titolo alle operazioni connesse alla ammissione all'esame, alla predisposizione, alla correzione delle prove e alla formulazione del giudizio globale. 

La commissione d'esame, sulla base della documentazione fornita dal consiglio di classe, relativa alle attività svolte, alle valutazioni effettuate e all'assistenza prevista·· per l'autonomia e la comunicazione, predispone una o più prove differenziate, in linea con gli interventi educativo didattici attuati sulla base del Piano Educativo Individualizzato (PEI). Tali prove hanno valore equipollente ai fini del rilascio del titolo di studio conclusivo del secondo ciclo di istruzione. Nel diploma finale non viene fatta menzione dello svolgimento di prove differenziate. 

Per la predisposizione delle prove d'esame, la commissione d'esame può avvalersi di personale esperto; per il loro svolgimento la stessa si avvale, se necessario, dei medesimi operatori che hanno seguito l'alunno durante l'anno scolastico. 

La Commissione potrà assegnare un tempo differenziato per l'effettuazione delle prove da parte degli studenti con disabilità. 

Agli studenti con disabilità per i quali sono state predisposte dalla Commissione prove non equipollenti a quelle ordinarie o che non hanno sostenuto una o più prove, viene rilasciato un attestato di credito formativo recante gli elementi informativi relativi all'indirizzo e alla durata del corso di studi seguito, alle discipline comprese nel piano di studi, con l'indicazione della durata oraria complessiva destinata a ciascuna delle valutazioni, anche parziali, ottenute in sede di esame. 

Per gli studenti con disabilità il riferimento all'effettuazione delle prove differenziate va indicato solo nella attestazione e non nelle tabelle affisse all'albo dell'istituto. 

AI termine dell'esame di Stato viene rilasciato agli studenti con disabilità il curriculum dello studente. 

Gli studenti con disabilità partecipano alle prove Invalsi standardizzate. Il consiglio di classe può prevedere adeguate misure compensative o dispensative per lo svolgimento delle prove e, ove non fossero sufficienti, predisporre specifici adattamenti della prova. 

Gli studenti con disturbo specifico di apprendimento (DSA), certificato ai sensi della legge Ah 170 del 201 O, sono ammessi a sostenere l'esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione tenendo a riferimento il piano didattico personalizzato. 

La Commissione d'esame considerati gli elementi forniti dal consiglio di classe, terrà in debita considerazione le specifiche situazioni soggettive, adeguatamente certificate e, In particolare, le modalità didattiche e le forme di valutazione individuate nell'ambito dei percorsi didattici individualizzati e personalizzati. 

Nello svolgimento delle prove scritte, i candidati con DSA possono utilizzare tempi più lunghi di quelli ordinari per l'effettuazione delle prove scritte ed utilizzare gli strumenti compensativi previsti dal Piano Didattico Personalizzato e che siano già stati impiegati per le verifiche in corso d'anno o comunque siano ritenuti funzionali alla svolgimento dell'esame, senza che venga pregiudicata la validità delle prove scritte. Nel diploma finale non viene fatta menzione dell'impiego degli strumenti compensativi. 

Per i candidati con certificazione di Disturbo Specifico di Apprendimento che hanno seguito un percorso didattico ordinario, con la sola dispensa dalle prove scritte ordinarie di lingua/e straniera/e, la Commissione, nel caso in cui la lingua straniera sia oggetto di seconda prova scritta, sottopone i candidati medesimi a prova orale sostitutiva della prova scritta. Nel diploma finale non viene fatta menzione della dispensa dalla prova scritta di lingua/e straniera/e. 

In casi di particolari gravità del disturbo di apprendimento, anche in presenza con altri disturbi o patologie, risultanti dal certificato diagnostico, lo studente, su richiesta delle famiglie e conseguente approvazione del consiglio di classe, è esonerato dall'insegnamento delle lingue straniere e segue un percorso didattico differenziato. In sede di Esame dì Stato sostiene prove differenziate, non equipollenti a quelle ordinarie, coerenti con il percorso svolto, finalizzate solo al rilascio dell'attestato di credito formativo. Per detti candidati, il riferimento all'effettuazione delle prove differenziate è indicato solo nella attestazione e non nelle tabelle affisse all'albo dell'istituto. 

Gli studenti con disturbi specifici di apprendimento partecipano alle prove Invalsi standardizzate. Per lo svolgimento delle suddette prove il consiglio di classe può disporre adeguati strumenti compensativi coerenti con il piano didattico personalizzato. Gli studenti con disturbi specifici di apprendimento dispensati dalla prova scritta di lingua/e straniera/e o esonerati dall'insegnamento della lingua/e straniera/e non sostengono la prova nazionale di lingua inglese.

Presso le istituzioni scolastiche statali e paritarie sede di esami saranno costituite le commissioni d'esame, una ogni due classi, presiedute da un presidente esterno all'istituzione scolastica e composte da tre membri esterni e per ciascuna delle due classi da tre membri interni. I commissari ed il presidente sono nominati dal dirigente preposto dell'Ufficio Scolastico Regionale sulla base di criteri determinati a livello nazionale dal Ministero dell'istruzione, università e ricerca. Presso l'Ufficio Scolastico Regionale verrà istituito l'elenco dei presidenti di commissioni, cui potranno accedere i dirigenti scolastici e docenti della scuola secondaria di secondo grado, in possesso di requisiti definiti a livello nazionale dal Ministero dell'istruzione, università e ricerca, che assicura specifiche azioni formative per il corretto svolgimento della funzione di presidente. Le Commissioni d'esame possono provvedere alla correzione delle prove scritte operando per aree disciplinari; le decisioni finali sono assunte dall'intera Commissione a maggioranza assoluta. 


Paolo Latella
Unicobas Scuola Lombardia

Ecco i testi degli 8 decreti legislativi della 107/2015 (leggi deleghe)

Dal 14 gennaio scorso sono finalmente disponibili I testi degli otto decreti legislativi approvati dal  Consiglio dei Ministri.
Nelle prossimi giorni  l'Unicobas Scuola pubblicherà analisi e commenti sui singoli provvedimenti. Il sindacato sarà ascoltato sugli 8 atti presso la VII Commissione Cultura e Istruzione della Camera dei Deputati dove esprimerà il proprio parere entro il 17 marzo. Se entro quella data la Commissione non sarà riuscita a formulare le proprie osservazioni, il Governo potrà procedere in ogni caso ad emanare il testo definitivo del decreto.

Atto n. 377  -  Schema di decreto legislativo recante riordino, adeguamento e semplificazione del sistema di formazione iniziale e di accesso nei ruoli di docente nella scuola secondaria per renderlo funzionale alla valorizzazione sociale e culturale della professione

Atto n. 378
  -  Schema di decreto legislativo recante norme per la promozione dell'inclusione scolastica degli studenti con disabilità

Atto n. 379
  -  Schema di decreto legislativo recante revisione dei percorsi dell’istruzione professionale, nel rispetto dell’articolo 117 della Costituzione, nonché raccordo con i percorsi dell’istruzione e formazione professionale

Atto n. 380
  -  Schema di decreto legislativo recante istituzione del sistema integrato di educazione e di istruzione dalla nascita sino a sei anni

Atto n. 381
  -  Schema di decreto legislativo concernente l'effettività del diritto allo studio attraverso la definizione delle prestazioni, in relazione ai servizi alla persona, con particolare riferimento alle condizioni di disagio e ai servizi strumentali, nonché potenziamento della carta dello studente

Atto n. 382  -  Schema di decreto legislativo recante norme sulla promozione della cultura umanistica, sulla valorizzazione del patrimonio e delle produzioni culturali e sul sostegno della creatività

Atto n. 383  -  Schema di decreto legislativo recante disciplina della scuola italiana all'estero

Atto n. 384
  -  Schema di decreto legislativo recante norme in materia di valutazione e certificazione delle competenze nel primo ciclo ed esami di Stato

Rassegna stampa: La Tecnica della Scuola - Reginaldo Palermo 

mercoledì 11 gennaio 2017

Burnout e insegnamento: come combattere lo stress dell’insegnante

Il burnout indica una condizione di stress lavorativo protratto e intenso che determina un logorio psicofisico, associato a demotivazione e disinteresse.
👤di Angela Ganci -

Burnout: definizione e caratteristiche
Con il termine burnout (in inglese bruciato, fuso) si indica una condizione di stress lavorativo protratto e intenso che determina un logorio psicofisico ed emotivo, cui seguono demotivazione, svuotamento interiore, disinteresse e senso di inefficacia per l’attività lavorativa (con riduzione della produttività).
Particolarmente diffusa nelle professioni sanitarie ed educative (infermieri, medici, insegnanti), presenta numeri preoccupanti nel nostro Paese. Una ricerca condotta dal Comune di Milano per i casi di inabilità al lavoro, nel periodo 1992/2001, ha mostrato che, su oltre 3000 persone, le più colpite sono le insegnanti, con una frequenza doppia di patologia psichiatrica rispetto ad altre categorie (Lodolo D’Oria, e coll., 2002).
I tipici sintomi del burnout interessano diversi livelli, da quello cognitivo a quello fisiologico

Sintomi cognitivo/emotivi. Scoraggiamento, difficoltà di concentrazione, incubi notturni, irritabilità, sensi di colpa e fallimento (sia nella sfera professionale che privata), distacco emotivo (indifferenza verso gli utenti), cinismo, trascuratezza degli affetti e delle relazioni, iperinvestimento sul lavoro, che diventa il centro della propria vita, anche a dispetto dell’esaurimento delle energie. Esempi di distacco psicoemotivo in ambito scolastico riguardano l’adozione di forme d’insegnamento esclusivamente tradizionali, l’applicazione non flessibile della programmazione, l’attribuzione del fallimento scolastico dell’alunno al suo scarso impegno, a modeste capacità intellettive o alla famiglia e al ceto sociale di appartenenza, e l’abbandono di strategie didattiche quali il recupero individualizzato.
Sintomi comportamentali. Assenteismo, mancanza di iniziativa, aggressività verso gli utenti, aumento dei comportamenti di dipendenza (caffè, fumo o farmaci, con il serio pericolo di sviluppare malattie psichiatriche, come depressioni gravi).
Sintomi fisici. Disturbi intestinali (gastrite, stitichezza), senso di debolezza, emicrania, allergie e asma, insonnia, inappetenza.
Chi soffre di burnout vuole dimostrare le proprie capacità a tutti i costi, ma nutre profonda sfiducia in se stesso, e spesso non si rende conto che il logoramento di cui è vittima gli imporrebbe di riposarsi e pensare al proprio benessere.

 

Fattori di rischio e fattori protettivi nel burnout

Recentemente, l’Inail – Dipartimento di medicina del lavoro – ha pubblicato una scheda su Burnout e insegnamento dove vengono affrontate le tematiche inerenti ai fattori di rischio e alle strategie per contrastare il burnout a scuola.
Fattori di rischio. Tra i fattori predisponenti a carattere individuale troviamo un’eccessiva dedizione al sacrificio, il bisogno di affermazione attraverso il lavoro (a discapito della vita privata), problematiche familiari o relazionali e la scarsa tolleranza dello stress. Esistono molteplici cause di carattere organizzativo, come le condizioni di lavoro (classi numerose, carenza di attrezzature), l’organizzazione scolastica (eccessive pratiche burocratiche, carenza di percorsi di aggiornamento significativi) e le “politiche” scolastiche (limitata possibilità di carriera, retribuzione insoddisfacente, precarietà e mobilità).
Fattori protettivi. All’interno della gamma degli “ammortizzatori” del burnout si possono citare le relazioni familiari solide e che offrono una rete di sostegno emotivo adeguata, il genere (le donne possiedono maggiori risorse emotive) e l’età di servizio (gli anziani hanno più esperienza lavorativa e strumenti per affrontare situazioni stressogene). Altre condizioni favorenti sono il supporto di colleghi e il livello di autoefficacia percepita, attraverso il riconoscimento del proprio lavoro da parte di superiori e utenti.

 

Burnout: Trattamento e strategie didattico-organizzative 

La terapia cognitivo-comportamentale per il burnout

Nell’ ottica cognitivo-comportamentale, i pensieri che assorbono la vittima di burnout ruotano intorno a due convinzioni “l’utente è ingrato, insensibile ai miei sforzi di aiutarlo”, ma anche “sono abbandonato dall’azienda, non riconoscono i miei sforzi, e quindi mi sento inutile”.
Questo atteggiamento mentale determina risposte emotive e comportamentali di aggressività, che si alternano a disperazione e inutilità, “non riesco a raggiungere i miei obiettivi, devo impegnarmi di più”. L’obiettivo del trattamento è cambiare questo modo di pensare per ridurre l’intensità delle emozioni negative (e della conseguente tensione corporea) e creare un clima sereno e produttivo all’interno dell’ambiente lavorativo.
Una pratica ampiamente usata per contrastare gli effetti di pensieri ed emozioni frustranti è la Mindfulness, tecnica meditativa che si fonda sulla presa di coscienza (consapevolezza) delle sensazioni presenti che vengono accettate, senza giudizio, senza valutazioni, nel loro “naturale fluire” (Harris, 2009). Si impara a vivere nel presente, senza colpevolizzarsi per il passato né temendo il futuro, con benefici su molti disturbi emotivi e fisici, tipici del burnout (disturbi del sonno, cefalee, dolori muscolari, ansie, depressioni, paura del fallimento) (Gilbert, 2005).
Per migliorare i rapporti con colleghi, superiori e allievi a scuola, è utile apprendere tecniche diassertività, abilità che serve a contrastare sia la tendenza alla passività “non sono in grado di aiutare nessuno” sia cinismo e aggressività, apprendendo a rispondere a richieste eccessive con chiarezza, calma e salvaguardando il rapporto di fiducia con l’utenza e l’immagine lavorativa.
Fulcro della terapia è la ristrutturazione cognitiva dei pensieri depressivi del tipo “l’alunno non apprende, sono un incompetente” con pensieri più razionali e positivi sul tono dell’umore come “farò del mio meglio con i mezzi a mia disposizione”. La collaborazione con i colleghi è poi fondamentale per sfogare le proprie frustrazioni e preoccupazioni e diminuire il peso delle responsabilità. A questo fine il supporto dato da gruppi di sostegno con altre persone che vivono la stessa condizione di logoramento, e la vicinanza dei familiari, evitano il sovraccarico di ansie e tiene lontani da comportamenti dannosi per sé e gli altri.
Mettere in primo piano i propri bisogni (coltivando hobby e interessi o riprendendo i contatti sociali che si erano persi concentrandosi troppo sul lavoro), servirà a non logorare le energie indispensabili per curare le persone che chiedono a loro volta aiuto.
Ad oggi sul burnout è possibile intervenire con ottimi risultati, ma è necessario rendersi conto che continuare a negare le proprie necessità primarie (riposo, svago, tranquillità) porta solo all’autodistruzione e che si ha urgente bisogno di aiuto per cambiare stile di vita e far riemergere il rispetto per sé, l’ottimismo, la gioia di vivere.
Uscire dal burnout è possibile, quindi, attraverso il controllo sulle proprie priorità di vita, sulle proprie emozioni e l’impegno per la riorganizzazione di un ambiente di lavoro in cui siano chiari ruoli, compiti da svolgere, aspettative realistiche di miglioramento delle difficoltà degli utenti, così da non superare i limiti personali ed esaurire le proprie energie interiori.

 

Prevenzione del burnout: Strategie professionali

Tra le strategie personali/professionali suggerite nel documento INAIL (Petyx, S. e coll., 2012) e che ogni insegnante può adottare troviamo:
– Considerare gli insuccessi lavorativi come momenti transitori e costruttivi.
– Creare una rete sociale all’ interno della scuola per migliorare la comunicazione all’ interno del contesto lavorativo.
– Individuare fonti di soddisfazioni e gratificazioni anche esterne al contesto lavorativo.
– Formulare al dirigente proposte per ottimizzare alcuni aspetti critici a livello organizzativo, insieme ad altri colleghi che sperimentano le stesse difficoltà.
Compiti dell’organizzazione scolastica
Secondo l’art. 6 dell’Accordo Europeo sullo stress lavoro-correlato dell’8 ottobre 2004, spetta al datore di lavoro stabilire misure adeguate per la prevenzione e la riduzione dello stress, e attuarle con la partecipazione dei lavoratori e/o dei loro rappresentanti, lungo tre direzioni:
1. Area gestione e comunicazione. Assicurare ascolto (valorizzare proposte, risorse umane e professionali) e sostegno (incoraggiamento a manifestare il disagio legato a fattori organizzativi, senza colpevolizzare l’insegnante), una maggiore flessibilità nell’applicazione di norme.
2. Area formazione. Stimolare la consapevolezza degli insegnanti rispetto ai motivi scatenanti dello stress, aiutarli a comprenderne le cause (screening dei vari fattori probabili) e il modo in cui affrontarlo (tecniche di gestione dello stress).
3. Informazione e consultazione dei lavoratori. Sottolineare le effettive risorse dell’organizzazione scolastica, coinvolgere i docenti nelle decisioni (gestire le criticità in team).

ARTICOLO CONSIGLIATO:


BIBLIOGRAFIA:
Gilbert, P. (2005). Compassion. New York: Routledge
Harris, R. (2009). ACT made simple. CA: New Harbinger Publications
Lodolo D’Oria, V. et al. (2002). Quale correlazione tra patologia psichiatrica e fenomeno del burnout negli insegnanti? Difesa Sociale N. 2/02, 23-51. DOWNLOAD
Petyx, S., Manca, V., & Rosa, V. (2012). Burnout e insegnamento. INAIL – Dipartimento di Medicina del Lavoro. Trovato il 15 Aprile 2015 su http://www.inail.it/internet_web/wcm/idc/groups/internet/documents/document/ucm_176059.pdf
Per saperne di più:
http://www.stateofmind.it/2015/05/burnout-insegnanti/

giovedì 5 gennaio 2017

La fabbrica del consenso e l’ipnosi di massa!


La fabbrica del consenso e l’ipnosi di massa!
Angelo Bona - Cari amici, tutti noi pensiamo che uno stimolo sensoriale esterno venga recepito dal nostro sistema percettivo ed elaborato a livello centrale producendo una sensazione e successivamente una forma pensiero, un’idea. In realtà i percetti derivanti dall’ambiente divengono proteine e strutture fenotipiche ed ora vi spiego come accade. Non pensiate che siamo cosi’ diversi da un comune computer con un hardware ed una serie di software, un sistema operativo centrale e una memoria piu’ o meno capiente.

Bene, pensiamo ad esempio all’informazione dei media che immancabile ci perviene dai giornali, dagli schermi televisivi, dalla radio ecc. L’informazione, da in- formare e cioè “dare forma” alla mente è in realtà una de-formazione cognitiva, ma anche strutturale. Noam Chomsky, linguista filosofo e teorico della comunicazione, professore al MIT (Massachusetts Institute of Technology) parla di grammatica generativa e di strutture innate nel linguaggio naturale e l’operato del grande scienziato va bene al di là della filosofia e della psicologia e diviene politica e scienza della comunicazione.

Chomsky è sempre stato contro le lobbies e l’imperialismo delle amministrazioni USA da Roosvelt in poi. Ha parlato di una ” fissazione di priorità”, cioè di una gerarchia di notizie e di struttura delle notizie prodotta dai mezzi di informazione che de-formano il messaggio giungendo ad un condizionamento di massa, cioè come lui dice ad una edificazione di una “Fabbrica del Consenso”.
Chomsky afferma che per comprendere il funzionamento di una lingua è limitativo definirne i codici, i rapporti. Non basta classificare e l’analisi della struttura linguistica non è esaustiva della comprensione delle potenzialità del linguaggio. I parlanti possono produrre e comprendere frasi inedite, mai pronunciate precedentemente. Esiste cioè una “creatività”, un libero arbitrio generativo per cui vengono prodotte nuove frasi che comunque seguono regole strutturali ben precise.

Le grandi società di capitale condizionano l’informazione obbligando la massa ad una fruizione passiva, una sorta di continuo marketing della comunicazione finalizzato all’obbligo di un’azione pilotata dall’alto. L’esecutore è inconsapevole dell’esistenza del mittente e crede di scegliere liberamente, ma la “creatività” dell’individuo è un pericolo per i padroni della fabbrica e la dittatura della comunicazione teme la spontanea espressione del singolo.
Un sistema di propaganda martellante ci condiziona le scelte, i pensieri, il libero arbitrio in un orientamento di globalizzazione del consenso. Bill Gates sa perfettamente che l’uomo è una macchina da programmare come un computer e lo vedo molto interessato a generare microchip e vaccini di controllo di massa che altro non sono che software di programmazione umana. Ma c’è dell’altro. L’informazione non è soltanto etere, codice immateriale, ma struttura proteica, fenotipo, biochimica, proteina. Ogni percetto esterno viene assimilato come “informazione biochimica”, voglio dire che il messaggio recepito diviene struttura biologica, radicale libero, enzima, DNA. L’informazione produce un coinvolgimento epigenetico, cioè un orientamento del nostro sistema percettivo alla lettura o meno di geni, porzioni del nostro DNA. Questi geni producono proteine, neurotrasmettitori cerebrali, enzimi e cioè struttura che ritroviamo integrata nel nostro fenotipo, cioè nella nostra personalità, emotività, scelta e comportamento. Comprendete come la propaganda politica sappia perfettamente che con l’appropriazione dei mezzi di comunicazione e il quotidiano bombardamento di immagine e di promesse si possa facilitare epigeneticamente quel gesto di consenso, quella crocetta che poi compare sulla scheda elettorale. Tutta l’informazione è de-formata e condizionante un consenso obbligatorio che è divenuto fenotipo, atto politico contrario al libero arbitrio del singolo.

Ogni forma di libertà, di creatività, di espressione individuale è percepita come pericolosa dalla fabbrica del consenso e quindi il messaggio e l’informazione devono risultare non informanti, non destanti la coscienza di massa. La politica di questi attuali partiti politici è una forma di anestesia epigenetica del libero arbitrio dell’individuo e quindi l’unica via d’uscita è di renderla inefficace, di decondizionarci dall’orientamento epigenetico della fabbrica del consenso. La politica degli attuali partiti (e non la politica in generale) è una nociva ipnosi di massa che obbliga l’individuo ad una scelta acritica condizionata da una corrente di pensiero epigeneticamente commerciale. Bene fa un Beppe Grillo a non entrare nella politica dei partiti e credo sia l’unico modo per vederli finalmente implodere su se stessi, sulla loro finta rappresentanza. Evitate quindi di utilizzare i media, e non assegnate loro alcuna valenza informativa. Cercate sulla rete opinioni molteplici e poi strutturate un vostro libero convincimento.
Recuperate coscientemente la vostra autonomia, la vostra “creatività” linguistica, intellettuale, artistica, spirituale, politica (nel senso di amministrazione del bene comune).
Solo in questo modo il vostro fenotipo rimarrà immune dai virus della fabbrica del consenso. Buona Vita

fonte: Ipnosi Regressiva - 
Luca Zambonin


http://cogitoergo.it/?p=18756

Scuole, il governo Gentiloni rinvia ancora l’adeguamento alle norme antincendio. Supplenze ai non abilitati fino al 2020

Scuole, il governo Gentiloni rinvia ancora l’adeguamento alle norme antincendio. Supplenze ai non abilitati fino al 2020.

Il decreto Milleproroghe rinvia di un altro anno l'obbligo della messa in sicurezza. A fine 2015 l'esecutivo Renzi aveva fatto lo stesso perché mancava il nuovo regolamento, che però nel frattempo è stato approvato. Prorogata anche l'apertura ai neolaureati della terza fascia delle graduatorie d'istituto. Manca invece l’attesa proroga delle deleghe della riforma: la ministra Fedeli sembra intenzionata a prender tempo.

Di rinvio in rinvio, la messa in sicurezza delle scuole può aspettare. Ancora una volta il decreto Milleproroghe regala al mondo dell’istruzione il posticipo di una serie di scadenze non rispettate. Anche sull’edilizia scolastica, una delle priorità dell’ormai ex governo Renzi e dell’ex ministro Stefania Giannini. Per la seconda volta in due anni, slitta l’adeguamento antincendio degli istituti del nostro Paese di cui si parla ormai dal 2013. Una piccola speranza, invece, per i neolaureati aspiranti docenti: visto che per l’abilitazione è ancora tutto fermo, almeno potranno continuare a fare supplenze fino al 2020. Al contrario di quanto stabiliva la Buona scuola.

DUE ANNI PIÙ DEL PREVISTO PER L’ADEGUAMENTO ANTINCENDIO 

– Sul fronte sicurezza, va in scena una replica di quanto accaduto a fine 2015 quando il governo era stato costretto ad inserire una prima proroga di 12 mesi: le scuole avrebbero dovuto adeguarsi al nuovo regolamento entro il 31 dicembre 2015, ma a quella data il nuovo regolamento semplicemente non era ancora stato pubblicato. Una svista del ministero dell’Interno che aveva costretto a posticipare tutto al 2016. Il decreto è arrivato finalmente lo scorso maggio, sostituendo quello precedente che risaliva addirittura al 1992. Ma evidentemente otto mesi non sono bastati agli oltre 43mila istituti del Paese per ottemperare a tutti i nuovi obblighi, che vanno dall’adeguamento dell’impianto elettrico e di produzione del calore alla separazione dei locali adibiti ad uso scolastico, dalla dotazione di estintori portatili e di un sistema di allarme alla regolamentazione delle uscite di sicurezza. Così il termine per presentare la nuova Segnalazione certificata di inizio attività(Scia), obbligatoria per essere in regola, è rinviato al 31 dicembre 2017, con due anni di ritardo rispetto al previsto. Intanto, secondo l’ultimo censimento di Legambiente, il 58% delle scuole italiane è ancora privo della certificazione antincendio. Rinviata di un anno anche la scadenza per utilizzare i 100 milioni di euro messi a disposizione dall’Inail per la messa in sicurezza delle scuole: in molti casi i cantieri non sono ancora stati aperti, il rischio era quello di perdere le risorse.

SUPPLENZE AI NON ABILITATI FINO AL 2020 – L’altra importante novità del Milleproroghe è l’apertura fino al 2020 dellaterza fascia delle graduatorie d’istituto, le liste che ogni anno assegnano le supplenze agli insegnanti. Secondo la Buona scuola avrebbero dovuto essere chiuse quest’anno, così da mandare in cattedra solo ed esclusivamente docenti abilitati, sia per i contratti a tempo indeterminato che determinato. Ma visto che sul fronte della riforma del reclutamento e dell’abilitazione è tutto fermo (come anticipato da ilfattoquotidiano.it anche l’ipotesi di un terzo ciclo di Tfa si è arenata, e difficilmente si sbloccherà sotto il governo Gentiloni), il ministero è costretto a fare retromarcia per non lasciare fuori dal mondo della scuola tutti i neolaureati che al momento non hanno canali a disposizione per abilitarsi. Così, almeno potranno sperare di fare qualche supplenza, ma resteranno comunque esclusi da eventuali concorsi. Quello che manca un po’ a sorpresa nel decreto, invece, è l’attesa proroga delle deleghedella riforma, su cui la ministra Valeria Fedeli sembra intenzionata a prender tempo. In realtà, la soluzione è fornita dalla stessa Legge 107, che prevede 90 giorni di tempo in più per approvare i testi in caso di ritardi. Il termine per chiudere i dossier in sospeso (tra cui sostegno, infanzia e appunto reclutamento) si sposta quindi a metà aprile. Ammesso che conti qualcosa: non sarebbe la prima volta che una scadenza di legge non viene rispettata a viale Trastevere.

Il Fatto Quotidiano - articolo di di Lorenzo Vendemiale

Twitter @lVendemiale

Il Collegio, il nuovo reality di RaiDue offre un quadro desolante di una parte degli adolescenti italiani, tutti cellulare e ciuffi.

Un gruppo di ragazzi tra i 13 e i 17 anni vivono secondo regole e abitudini del 1960. L'ambientazione storica a volte sembra sin troppo esasperata e forse è coniugata solo in alcune cose, come l'orrida divisione tra maschi e femmine per le lezioni di applicazioni tecniche ed economia domestica. Per il resto, però, è un programma interessante. Anche perché, nonostante il ritorno al 1960, è in realtà una trasmissione molto moderna e contemporanea, visto che dipinge un quadro sconfortante delle nuove generazioni di oggi e del sistema scolastico italiano

Gli adolescenti italiani del 1960 conoscevano le regioni italiane e i capoluoghi? Chissà. Di sicuro non li conoscono i diciotto adolescenti scelti per partecipare a Il Collegio, nuovo reality diRaiDue la cui prima puntata è andata in onda lunedì sera. L’idea è molto semplice: un gruppo di ragazzini dai 13 ai 17 annidevono vivere in un collegio con le regole e le abitudini del 1960, tra sorveglianti cattivissimi e insegnanti vecchio stampo, attenendosi anche ai programmi didattici di quasi sessant’anni fa.

L’idea è sfiziosa e in generale il programma funziona, soprattutto grazie a un cast miscelato alla perfezione, con i bulletti, i secchioni, i/le vanitosi/e. Il ritmo è il pregio migliore del format, con un racconto che invoglia alla visione (grazie anche alla voce narrante di Giancarlo Magalli). Docenti e sorveglianti, il punto debole della trasmissione, sembrano essere attori (nemmeno troppo dotati) che interpretano con poca naturalezza la parte assegnata loro, togliendo la spontaneità che invece è la caratteristica principale degli adolescenti collegiali.

L’ambientazione nel 1960 a volte sembra sin troppo esasperata e forse è coniugata solo in alcune cose, come l’orrida divisione tra maschi e femmine per le lezioni di applicazioni tecniche ed economia domestica. “Ma nel 1960 funzionava così!”, fanno sapere gli autori del programma. Vero, ma nel 1960 anche le punizioni corporali erano all’ordine del giorno, eppure ieri non abbiamo visto (per fortuna) bacchettate o ragazzi inginocchiati sui ceci. Le sensibilità sono fortunatamente cambiate e forse si poteva evitare la parte in cui le ragazze sono state costrette a mettere il pannolino a un bambolotto, mentre i ragazzi costruivano virilmente uno sgabello.

Per il resto, però, Il Collegio è un programma interessante. Anche perché, nonostante il ritorno al 1960, è in realtà una trasmissione molto moderna e contemporanea, visto che dipinge un quadro sconfortante delle nuove generazioni di oggi e del sistema scolastico italiano. La geografia, per esempio, è materia bistrattata nei programmi attuali e il risultato è che per molti Viareggio è in Emilia Romagna, Reggio Emilia è il capoluogo dell’Emilia Romagna e le Marche diventano la Puglia. Lacune gravissime anche sulle tabelline (e stiamo parlando di liceali, non di bimbi di scuola primaria), ma anche questo è un fatto noto, visto che gli studenti italiani sono da tempo agli ultimi posti per rendimento in matematica.

Ecco l’aspetto migliore de Il Collegio (a parte l’avvincente efficacia narrativa): un quadro desolante di una parte degli adolescenti italiani, tutti cellulare, ciuffi e trucchi e poca sostanza. Nessuna generalizzazione, sia chiaro: evidentemente il casting puntava proprio a sottolineare questi tipi umani dei giovanissimi degli anni Dieci, mentre fuori c’è un universo decisamente più variegato. Ma quel tipo umano esiste e fingere che non sia così sarebbe un errore enorme.

Sui social il programma è stato molto commentato e non sono mancate critiche feroci. Secondo alcuni, ad esempio, la trasmissione sarebbe troppo “scritta” e per nulla spontanea. Premesso che di intrattenimento televisivo si tratta e che dunque un intervento autoriale è normale, le interazioni tra i ragazzi ci sono sembrate, invece, molto più genuine della media dei reality show che vengono trasmessi in tv. Il Collegio è un programma interessante, ma non dovremmo affibbiargli finalità pedagogiche che non può e non deve avere. È intrattenimento televisivo e, con i suoi pregi e i suoi difetti, si fa guardare con un certo interesse.

Il fatto Quotidiano - articolo di Domenico Naso

martedì 3 gennaio 2017

La Consulta boccia la delega della legge 107 sugli standard strutturali e organizzativi.

La legge 107 è incostituzionale nella parte in cui dispone la determinazione degli «standard strutturali, organizzativi e qualitativi dei servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia».

E anche nella parte in cui prevede che il ministero dell’istruzione distribuisca le risorse agli enti locali per l’edilizia scolastica dettando autonomamente i criteri di distribuzione, senza avere sentito la conferenza unificata. Lo ha stabilito la Corte costituzionale con una sentenza depositata il 21 dicembre scorso (284/2016).

Dopo le picconate inferte alla riforma Madia sulla pubblica amministrazione, la Corte costituzionale ha cominciato a scalpellare anche la riforma della scuola. E lo ha fatto accogliendo un ricorso presentato dalla regione Puglia, con il quale l’ente locale ha messo in luce due aspetti della legge che violano la Costituzione perché non rispettano le competenze legislative delle regioni.

Il primo elemento sul quale la regione ha appuntato le proprie rimostranze è l’inesistenza del potere del legislatore nazionale di determinare «standard strutturali, organizzativi e qualitativi dei servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia». Un intervento a gamba tesa che si sarebbe concretizzato tramite l’esercizio della delega contenuta l’art. 1, comma 181, lettera e), n. 1.3) della legge 107/2015. Secondo la regione Puglia, tale disposizione viola l’art. 117, terzo comma della Costituzione. Perché l’ambito relativo all’individuazione degli standard strutturali e organizzativi in materia di istituzioni che operano nell’ambito dell’istruzione rientra nella competenza del legislatore regionale. La Consulta è risultata dello stesso avviso.

In verità il ricorso era molto più ampio, dsgli ambiti alla nuova formazione e il nuovo reclutamento dei docenti, ma la Corte ha giudicato inesistenti tutti i motivi di lamentela.

Citando la propria giurisprudenza, la Corte costituzionale ha ricordato che, in tema di disciplina degli asili nido, il Giudice delle leggi ha chiarito che la individuazione degli standards strutturali e qualitativi di questi ultimi non si identifica con i livelli essenziali delle prestazioni. Ciò «in quanto la norma censurata non determina alcun livello di prestazione, limitandosi ad incidere sull’assetto organizzativo e gestorio degli asili nido che, come si è detto, risulta demandato alla potestà legislativa delle Regioni». Né può essere ricompresa «nelle norme generali sull’istruzione e cioè in quella disciplina caratterizzante l’ordinamento dell’istruzione», perché tale individuazione «presenta un contenuto essenzialmente diverso da quello organizzativo, in senso lato, nel quale si svolge la potestà legislativa regionale» (sentenza n. 120 del 2005).

L’individuazione degli standard strutturali, organizzativi e qualitativi dei servizi educativi per l’infanzia e della scuola dell’infanzia, pertanto, va ricondotta alla competenza del legislatore regionale. Di qui l’illegittimità costituzionale della disposizione impugnata.

Idem per quanto riguarda le disposizioni contenute nella legge 107/2015, che attribuiscono al governo la facoltà di distribuire autonomamente le risorse alle regioni per la costruzione di nuove scuole e la messa in sicurezza di quelle esistenti. Dunque, senza prevedere alcun coinvolgimento delle regioni, nemmeno in sede consultiva. Ed è proprio su tale omissione che la Consulta ha fatto leva per cancellare dall’ordinamento la norma che omette il dovuto confronto con le regioni. Sempre citando la propria giurisprudenza, il Giudice delle leggi ha spiegato che l’oggetto della norma impugnata (l’art. 1, comma 153, della legge 107/2015) rientra tra le materie di legislazione concorrente.

A questo proposito ha chiarito che «nelle materie di competenza concorrente, allorché vengono attribuite funzioni amministrative a livello centrale allo scopo di individuare norme di natura tecnica che esigono scelte omogenee su tutto il territorio nazionale improntate all’osservanza di standard e metodologie desunte dalle scienze, il coinvolgimento della conferenza Stato Regioni può limitarsi all’espressione di un parere obbligatorio».

Siccome nel caso del comma 153 tale coinvolgimento regionale non è previsto, neppure in sede consultiva, la disposizione impugnata è stata dichiarata costituzionalmente illegittima nella parte in cui non prevede che il decreto del ministro che provvede alla ripartizione delle risorse sia adottato sentita la conferenza stato regioni. Comincia a barcollare, dunque, l’impianto della riforma delle scuola subito dopo i primi attacchi da parte delle regioni che, giova ricordarlo, hanno facoltà di adire la Corte costituzionale in via diretta: senza passare dal vaglio preliminare del giudice orinario. Come previsto, invece, per i ricorsi presentanti dai cittadini.

Non è escluso, dunque, che nei prossimi anni, anche altre disposizioni contenute nella legge 107/2015 possano essere portate al vaglio della Consulta da singoli soggetti interessati. Per esempio quelle sulla chiamata diretta e la distribuzione del compenso accessorio sulla base della mera discrezionalità del dirigente scolastico.


Italia Oggi Azienda Scuola©: articolo di Carlo Forte